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“Oggi sono qui”: la testimonianza di Alessia, volontaria Loto Marche

In occasione della Giornata mondiale dei tumori ginecologici, Alessia, membro del Comitato regionale Loto Marche, ha condiviso la sua storia durante un evento di sensibilizzazione cittadino. Un racconto di diagnosi, cura e di un presente da imparare ad ascoltare.

La sua storia racconta una diagnosi arrivata all’improvviso, un percorso di cura complesso e le paure che continuano ad accompagnare la vita di una paziente oncologica. Ma racconta anche la riscoperta di sé, delle proprie passioni e di quei piccoli gesti che aiutano a vivere il presente.

È una testimonianza personale ma portatrice di un messaggio che riguarda tutte le donne: ascoltare il proprio corpo, non sottovalutare i cambiamenti e non rimandare i controlli. Ricordando che, anche dopo una diagnosi, una donna rimane molto più che la propria malattia.

Abbiamo scelto di raccogliere qui le parole di Alessia, perché crediamo custodiscano un messaggio importante da condividere ogni giorno.

Alessia
Volontaria del Comitato regionale Loto Marche, Ancona, 20 settembre 2026

Non ricordo esattamente in quale momento della mia vita ho iniziato a non fare più attenzione a me.

Forse è successo piano, un giorno alla volta.

Prima era la morte di mio padre.

Poi mia madre, entrata in una spirale depressiva dalla quale ho cercato di aiutarla a uscire, con poco successo.

Poi il lavoro. Sempre più lavoro, sempre più responsabilità, sempre in solitaria, sempre più cose da fare.

L’impegno di cura verso un figlio, gli affetti, le amicizie più care.

E io ero lì, in mezzo a tutto.

A cercare di tenere insieme tutto.

Gli altri.

Le responsabilità.

I problemi.

E mentre cercavo di non far cadere niente, forse stavo lasciando cadere me stessa.

Mangiavo meno. Ero dimagrita.

Avevo difficoltà a fare pipì. Sentivo dolore allo stomaco. Non riuscivo quasi più a mangiare. Una sofferenza continua alla schiena. Pensi: avrò fatto qualche sforzo, troppa poca acqua. E per un paio di mesi: paracetamolo.

Ma sapete qual è il problema?

Che nella vita siamo abituati a sopportare.

Sopportiamo la stanchezza e diciamo: «È lo stress».

Sopportiamo il dolore e diciamo: «Passerà».

Vediamo cambiare il nostro corpo e pensiamo: «Ci deve fare».

Sappiamo che è importante fare i controlli periodici e ci rispondiamo: «Adesso sto bene, ci penserò dopo».

Perché abbiamo sempre qualcosa di più urgente da fare.

Io non avevo alterazioni del ciclo. Non avevo quei segnali che indicano qualcosa di grave.

Eppure, avevo tutti i sintomi descritti in ogni volantino di sensibilizzazione alla prevenzione del tumore ovarico.

Però io, questo tumore, non lo conoscevo.

E poi una mattina, sdraiata nel letto, sempre più magra, ho visto come una grande palla nella pancia.

Potevo quasi spostarla in qua e là con le mani.

Ero convinta che fosse la vescica piena.

Mi sono detta: vado la svuoto e torno a casa, e poi migliorerò sicuro.

Ma non è andata come immaginavo.

Sono entrata al pronto soccorso. E da lì sono stata trasferita e non sono più uscita per 15 giorni.

Quella che pensavo fosse la mia vescica piena era un tumore ovarico.

Quello che pensavo fosse dolore alla schiena era il rene che si stava spegnendo per la compressione del tumore.

Un tumore enorme.

Grande come un beauty case da viaggio per una settimana in crociera. 15x12x17.

E improvvisamente la mia vita, come con un forte trauma, ha avuto un prima e un dopo.

Perché fino a un attimo prima il tumore era una parola che apparteneva agli altri.

Poi qualcuno la pronuncia davanti a te.

E quella parola diventa tua.

Non c’è stato molto tempo per capire. Era necessario fare.

Dovevo essere operata. Era urgente. Era pericoloso già così.

Da quel momento sono arrivati gli interventi, la chemioterapia, il caschetto per tutti i sei trattamenti, tutte le medicazioni del PICC, un altro intervento, l’isterectomia totale, altri cicli di chemio, la menopausa chirurgica.

Poi la terapia di mantenimento.

Gli esami del sangue. Ogni settimana per otto mesi.

Le attese. Non sapere se il corpo poteva proseguire, se riusciva a sopportare ancora.

Le sospensioni del farmaco. Le riprese.

Le prime TAC di controllo durante il follow-up. Poi un’immagine ha mostrato che la malattia si era riattivata.

Altri esami. Altre attese. Altre consulenze. Altri viaggi distanti da casa.

E quest’anno, il 2026, ho conosciuto anche la radioterapia.

Quando ti trovi dentro una malattia oncologica capisci una cosa: non ci fai mai veramente l’abitudine.

Perché ogni TAC è diversa.

Ogni esame è diverso.

Ogni attesa è diversa.

Tu sei diversa.

La paura cambia faccia.

E ci sono momenti nei quali capisci che, anche se hai accanto persone meravigliose, ci sono alcuni pezzi di strada che devi attraversare tu.

Nessuno può farlo al posto tuo.

Io ho un figlio di nove anni.

Ho amore nella mia vita.

Ho amiche e amici che mi sono stati accanto.

Ho una famiglia estesa che mi ha sostenuta.

Ho delle passioni.

Ho tanti interessi.

(Mi interesso a tutto, come la classica donna Gemelli che contiene in sé nmila pensieri e azioni in simultanea.)

E ho la musica.

La musica mi ha aiutata anche quando non sapevo cosa dire. Quando non sapevo cosa suggerirmi di pensare.

Il primo agosto del 2024 sono stata operata.

Il 15 agosto ero con la chitarra in mano.

E non era perché stessi bene.

Non era perché avessi superato tutto.

Era perché avevo bisogno di ricordarmi chi ero.

Avevo bisogno di dire a me stessa:

«Oggi magari riesco solo a fare questo. Oggi magari arrivo solo fino a qui. Ma va bene così. Perché fra un mese potrebbe essere diverso. Fra un mese potrei stare un po’ meglio. Fra un mese potrei vedere già una differenza».

E questa è forse la cosa più importante che questa malattia mi ha insegnato.

A non chiedermi sempre quanto manca.

A non vivere continuamente nel dopo.

A non costruire nella mia testa soltanto scenari terribili.

La mia psico-oncologa mi ha insegnato che chi si ammala non ha alcuna colpa. E che non abbiamo alcuna certezza.

Che vivere aggrappata ad una aspettativa positiva, quella di cui hanno bisogno tutte le persone vicine («vedrai che la TAC andrà bene», «dai che ce la facciamo», «certo che la cura funzionerà»), ti fa assistere ad un film senza titoli di coda.

E per noi pazienti oncologici è pericoloso viverla così: più alto voli con le aspettative, più duro sarà il colpo cadendo.

Che devo provare a stare qui.

Adesso.

Nel presente.

Perché io non so cosa mi dirà la prossima TAC.

Ma so cosa c’è oggi.

Oggi c’è mio figlio.

Oggi c’è una persona da abbracciare.

Oggi c’è una canzone da suonare.

Oggi c’è qualcuno da amare.

Oggi c’è una vita che, nonostante tutto, continua a chiedermi di essere vissuta. Di essere vissuta adesso.

Ed è per questo che oggi sono qui.

Non per dire che bisogna essere forti sempre.

Non per dire che basta pensare positivo.

Perché a volte non basta.

A volte hai paura.

A volte piangi.

A volte ti arrabbi.

A volte non vuoi essere coraggiosa.

E va bene anche questo.

Ma vorrei dire soprattutto alle donne che mi stanno ascoltando: ascoltatevi.

Conoscete il vostro corpo.

Non sottovalutate i cambiamenti.

Non rimandate un controllo perché avete troppo da fare.

Non pensate sempre che sia solo stress.

Chiedete. Informatevi. Informate.

Andate a farvi controllare. Invitate le donne fin da giovanissime a fare attenzione al proprio corpo. Averne cura.

Perché la prevenzione e l’attenzione verso noi stesse non sono qualcosa che dobbiamo fare quando abbiamo tempo.

Sono una parte della nostra vita.

E vorrei dire una cosa anche a chi, magari, oggi sta vivendo una diagnosi o sta aspettando un risultato.

La tua vita non finisce nel giorno in cui qualcuno pronuncia quella parola.

Cambia.

Questo sì.

A volte cambia in un modo terribile e ingiusto.

Ma tu resti anche tutto il resto.

Sei ancora le persone che ami.

Sei ancora le cose che ti fanno ridere.

Sei ancora le tue passioni.

Sei ancora la tua musica.

Sei ancora te.

E forse, dopo tutto questo, c’è una cosa che sento profondamente.

Noi rimandiamo troppo.

Rimandiamo un viaggio.

Una telefonata.

Un abbraccio.

Una parola.

Un momento insieme.

Aspettiamo sempre che arrivi il momento giusto.

Ma il momento giusto, forse, è molto più spesso “adesso” di quanto immaginiamo.

Io ho ancora paura.

Non vi dirò che non ce l’ho.

Ma oggi provo a non lasciare che sia la paura a decidere tutto il tempo che mi resta.

E allora, a volte, quando sento che il futuro mi sta portando via il presente, provo semplicemente a fermarmi.

A guardare il cielo.

A guardare una stella.

A lasciare che le lacrime si asciughino da sole.

E a ricordarmi che, in questo preciso momento, io sono qui.

E questo momento merita di essere vissuto.

Perché la vita non sempre possiamo sceglierla.

Ma possiamo ancora scegliere, ogni volta che possiamo, di non rimandarla.

Grazie.

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